Chi tiene, non chi vince
Ernest Shackleton non raggiunse mai il Polo Sud. Dopo che la sua nave venne stritolata dai ghiacci in Antartide, riportò a casa vivi tutti i ventotto uomini del suo equipaggio. La sua storia dice qualcosa di preciso su cosa significa guidare un gruppo quando il piano iniziale salta.

Ti racconterò di Ernest Shackleton, esploratore polare irlandese, comandante di tre spedizioni in Antartide tra il 1901 e il 1917, in un'epoca in cui arrivare per primi al Polo Sud era per una nazione quello che oggi è mettere piede su Marte. Shackleton non ha mai piantato una bandiera al Polo. La sua storia più importante comincia proprio dal fallimento dell'obiettivo per cui era partito.
Nato nel 1874 nella contea di Kildare, entrò in marina mercantile a sedici anni. Partecipò come terzo ufficiale alla spedizione Discovery di Robert Falcon Scott nel 1901, rientrato anzitempo per problemi di salute. Tornò in Antartide da comandante nel 1907 con la spedizione Nimrod, arrivando a soli 180 chilometri dal Polo: il punto più a sud mai raggiunto fino ad allora. Fu nominato cavaliere al ritorno. Nel 1914 salpò da Londra alla guida della Imperial Trans-Antarctic Expedition, con l'obiettivo di attraversare a piedi l'intero continente antartico per la prima volta nella storia. Non lo attraversò mai.
La nave Endurance rimase intrappolata nei ghiacci del mare di Weddell nel gennaio 1915. Per dieci mesi derivò imprigionata nel pack, finché la pressione del ghiaccio non la frantumò e la nave affondò. I ventotto uomini dell'equipaggio si accamparono sui banchi di ghiaccio per cinque mesi, poi raggiunsero in scialuppe l'isola inabitata di Elephant Island. Da lì Shackleton e altri cinque uomini partirono su una lancia di sette metri, la James Caird, per un viaggio di oltre milletrecento chilometri di oceano aperto fino alla Georgia del Sud. Arrivati sulla costa sbagliata dell'isola, attraversarono a piedi montagne mai cartografate per raggiungere una stazione baleniera e organizzare il soccorso. Nell'agosto del 1916 tutti i ventotto uomini furono recuperati vivi. Nessuno morì durante i due anni di spedizione.
"Per una guida scientifica, meglio Scott. Per un viaggio rapido ed efficiente, meglio Amundsen. Ma quando la situazione è disperata, quando non sembra esserci via d'uscita, ci si mette in ginocchio e si prega per Shackleton." - attribuita a Sir Raymond Priestley
È il tipo di reputazione che si costruisce non nei momenti in cui tutto funziona, ma in quelli in cui niente funziona più.
Nel lavoro capita raramente di dover attraversare un oceano su una scialuppa, ma capita più spesso di quanto si pensi di dover ammettere che il piano iniziale non si farà più. Un progetto che salta, un mercato che cambia direzione, una commessa persa dopo mesi di lavoro: il primo istinto è insistere sull'obiettivo originale, come se cambiarlo fosse un fallimento personale. Shackleton ha fatto l'opposto. Nel momento in cui la nave si è spezzata, ha smesso di essere il comandante di una traversata e ha scelto di diventare il garante della sopravvivenza di ventotto persone. Ha cambiato obiettivo senza nasconderlo a nessuno, e ha tenuto quella linea fino in fondo.
Come si riconosce la tenacia in azienda:
- si nota quando una persona ammette apertamente che il piano iniziale non regge più, invece di far finta che sia ancora in corso
- quando ridefinisce con chiarezza il vero obiettivo del momento, anche se è più modesto di quello di partenza
- quando resta operativa senza promettere risultati che non può garantire
- quando, nei momenti di massima pressione, non scarica la tensione su chi ha intorno
Shackleton non ha mai raggiunto il Polo Sud. Ha riportato a casa ventotto uomini che nel 1915 quasi nessuno si aspettava di rivedere vivi. Nel lavoro capita una scelta simile, meno spettacolare ma identica nella sostanza: tenere duro sull'obiettivo sbagliato, o cambiare obiettivo e tenere duro su quello giusto.