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Il talento che resta umano


Ti racconterò di un uomo che è stato considerato per anni il migliore al mondo nel suo sport e che, proprio per questo, avrebbe avuto ogni motivo per sentirsi superiore. E invece ha scelto un’altra strada. Una strada più silenziosa, più complessa, più rara. Roger Federer non ha incarnato l’umiltà come rinuncia al talento, ma come modo di stare al mondo, di competere, di vincere e di perdere.


La sua storia non è quella di un campione nato già perfetto. Da ragazzo Federer era nervoso, impulsivo, incapace di gestire le emozioni. Nei tornei giovanili il talento era evidente, ma il carattere rischiava di diventare un ostacolo. Racchette rotte, frustrazione, rabbia. È in quella fase che inizia il lavoro più importante della sua carriera: non sul rovescio o sul servizio, ma su sé stesso. Federer capisce presto che per arrivare davvero in alto non basta essere più bravo degli altri, bisogna imparare a governare il proprio ego. L’umiltà, per lui, non nasce come tratto naturale, ma come scelta consapevole, come disciplina interiore.



Quando tra il 2004 e il 2007 domina il tennis mondiale in modo quasi incontrastato, Federer avrebbe potuto costruire una narrazione centrata sul mito del campione imbattibile. Non lo fa. Anche nei momenti di massimo successo continua a parlare del lavoro quotidiano, del team, della fortuna di poter giocare a tennis. Ringrazia gli avversari, ne riconosce apertamente il valore, arriva perfino a scusarsi dopo vittorie troppo nette. Non è falsa modestia, è rispetto. È la consapevolezza che il risultato non esaurisce il rapporto con l’altro.


Vincere senza umiliare diventa una sua cifra stilistica, dentro e fuori dal campo.

Poi arrivano le sconfitte, quelle vere. Arriva Rafael Nadal, arrivano le finali perse, Wimbledon 2008, una delle partite più iconiche della storia del tennis. Federer perde e non cerca alibi. Non ridimensiona l’avversario, non accusa il destino. Accetta il verdetto e riparte da lì. Cambia racchetta, modifica il gioco, rimette in discussione certezze che sembravano intoccabili. Per uno che ha già vinto tutto, è un atto di umiltà enorme: riconoscere che c’è ancora da imparare, che non si è mai definitivamente arrivati.


“Non c’è grandezza senza umiltà” - John C. Maxwell

Con il tempo arrivano anche gli infortuni, soprattutto al ginocchio. Il corpo inizia a chiedere rispetto. Federer si ferma, si opera, torna, si ferma di nuovo. Avrebbe potuto ritirarsi da vincente, scegliendo un’uscita trionfale. Invece ascolta il corpo, accetta i tempi della realtà, lavora con pazienza. Quando nel 2017 torna a vincere gli Australian Open contro Nadal, il successo non è solo sportivo. È la dimostrazione che l’umiltà è anche saper aspettare, rispettare i propri limiti, fidarsi del processo più che del risultato. In quelle interviste Federer non parla di rivincita, ma di gratitudine. Della gioia di essere ancora lì.




Il momento del ritiro è forse il gesto più coerente con tutta la sua carriera. Nessun proclama, nessuna celebrazione autoreferenziale. L’ultima immagine che lascia al mondo è una partita di doppio con Nadal, mano nella mano, in lacrime. Un campione che sceglie di chiudere mettendo al centro la relazione, non il trofeo. L’umiltà, nella sua forma più alta, è anche questo: sapere quando è il momento di farsi da parte senza sparire, lasciando spazio, lasciando un segno.

Roger Federer ci insegna che l’umiltà non è negare il talento, ma prendersene cura. Non è ridursi, ma restare umani mentre si eccelle. In un’epoca che spesso confonde visibilità con valore e arroganza con leadership, la sua lezione è chiara: la vera grandezza non fa rumore, ma dura nel tempo. L’umiltà, quando diventa stile, non ti rende meno grande. Ti rende memorabile.



 
 
 

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